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24/12/2018

Ritorno a casa (Il mio racconto di Natale)

ritorno a casa il mio racconto di natale

Il Natale quest’anno lo voglio augurare così, con un dono dal sapore antico, la storia alternativa di un Babbo Natale alla ricerca di una nuova Casa, perché Casa è dove si trova il nostro cuore.

Sempre.

Auguri a tutti e buona lettura 

“Adesso basta!” bofonchiò stizzito Babbo Natale “questa non è più vita” concluse amaramente lasciandosi cadere sulla sua amata poltrona rossa e oro.
In effetti la vita per lui e le renne e gli elfi negli ultimi anni si era trasformata in una frenetica passerella da red carpet o in uno shooting fotografico dietro l’altro tanto il Villaggio di Babbo Natale era preso d’assalto da bambini vocianti e genitori petulanti.
Ogni giorno come provava ad affacciarsi alla finestra della sua camera per ammirare l’aurora boreale veniva accecato da flash fotografici a nastro.
Neanche rifugiarsi nella più distante Ounasvaara Fell, paradiso nascosto a circa 45 minuti di cammino, serviva per ammirarla in santa pace: come si muoveva dal villaggio una coda lunga chilometri di persone adoranti e curiose lo seguivano come topi incantati dietro al Pifferaio Magico.
Per non parlare delle povere renne!
Fulmine e Saltarello, le più golose, non riuscivano più neanche ad alzarsi in volo tanto si erano ingrassate grazie alle noccioline caramellate che dispensavano loro i visitatori; Ballerina a malapena riusciva a stare concentrata nelle operazioni di volo tanto le girava la testa per le continue piroette che la sua vanità le faceva compiere alle continue richieste dei bambini. Freccia stava quasi diventando sorda per le grida entusiaste di tutte le persone che riuscivano a salirle in groppa e non riusciva più a sentire gli ordini di Babbo Natale in navigazione portando spesso la slitta in direzione opposta da quella indicata mentre le più pigre Donato, Cupido e Donnola troppo stanche dal continuo andirivieni dei turisti dormivano continuamente e per Babbo Natale diventava sempre più difficile mantenere la puntualità nelle missioni operative.
E poi gli elfi: correvano forsennatamente tutti i giorni di qui e di là per acciuffare i bambini più dispettosi che provavano a nascondersi in ogni intercapedine della fabbrica dei giocattoli o nella sala dei nastri trasportatori pur di non dover lasciare il villaggio all’ora di chiusura.
Era un vero delirio, non si poteva più andare avanti così.
Rischiava di saltare tutto, quest’anno era già in ritardo con la tabella di marcia per la realizzazione e la confezione dei regali e dicembre si stava avvicinando a grandi balzi.
Non c’era più tempo da perdere, bisognava trovare una soluzione.
Così Babbo Natale chiamò a rapporto tutti i suoi fidi elfi per cercare insieme a loro un modo per ripristinare l’ordine e la tranquillità.
“Miei piccoli e fidati amici, il Circolo Polare Artico non è più un posto sicuro per noi. Da quando è diventato di moda organizzare gite turistiche a Rovaniemi per visitare il Villaggio di Babbo Natale per noi sono cominciati i problemi. All’inizio è stato anche bello farci conoscere soprattutto a chi non credeva della nostra esistenza. Accogliere qua i bambini che ci guardavano con occhi incantati, abbracciare quei corpicini tremanti di freddo ma disposti a sopportarlo per esprimere i loro desideri davanti alla mia barba bianca. E che spasso vederli dare la biada alle mie renne e giocare con voi in mezzo ai pacchetti colorati. Venivano ancora in pochi. La distanza, il freddo. Poi sono come impazziti e da un anno all’altro i viaggi sono triplicati. Prima venivano solo a dicembre o poco prima, adesso sono qui tutto l’anno. Prima venivano solo famiglie con bambini piccoli, ora arrivano di qualunque età anche solo per verificare se esistiamo o meno; arrivano qui mi tirano la barba per vedere se è finta, mettono le puntine sotto i piedi delle renne per obbligarle a volare senza motivo e hanno pure tentato di portarsi via qualcuno di voi infilandovi nella borsetta! Bisogna mettere fine a tutto questo. Dobbiamo andare via di qui. Ma dove? Ecco vi chiedo di aiutarmi a trovare un luogo idoneo alla nostra misisone”
Tutti gli elfi cominciarono a bisbigliare fra loro sui vari luoghi visitati durante le consegne dei regali di Natale intorno al mondo e qualcuno prese coraggio con la prima proposta “Andiamo alle Hawaii! E’ pieno di vulcani non verrà nessuno a cercarci e potremmo creare una base operativa all’interno del Mauna Loa il più grande vulcano sulla Terra, con la nostra magia potremmo renderlo sicuro per noi e molto minaccioso per i visitatori indesiderati.” “Come ti chiami tu elfo?” fece Babbo Natale poco convinto. “Trottolino egregio Baban”, Baban era il nome con cui gli elfi chiamavano Babbo Natale, un nomignolo tenero e reverenziale che solo loro potevano e dovevano usare nel galateo Natalino.
“Senti Trottolino grazie per il suggerimento ma temo che nonostante la magia di protezione l’interno di un vulcano rimarrebbe comunque un luogo troppo caldo per me e tutti noi”.
Trottolino si ritirò in silenzio nella folla vociante dei suoi fratelli quando un secondo elfo prese la parola “Ma certo! Baban possiamo andare a vivere in una magione indiana, sono stato per consegne spesso nella zona del Rajastan e ci sono splendidi palazzi degni di un re dove staremmo tutti bene. Le persone non vanno volentieri in India per le condizioni igieniche e molti non amano quel cibo speziato e piccante che io adoro!” concluse trionfante il piccolo essere verde con le orecchie a punta. “Uhm, se non ricordo male tu sei Willelmino” “Ai vostri servigi Baban, proprio io” “Ecco Willelmino neppure io amo il cibo speziato e piccante quindi niente India”. Willelmino, l’elfo più vanitoso fra tutti nascose la sua faccetta buffa sotto il cappello e fischiettando si allontanò piano piano dal gruppo.
Sembrava un’impresa impossibile trovare un nuovo luogo dove allestire la base operativa di Babbo Natale che stava ormai per sciogliere l’adunata quando due vocette stridule attirarono la sua attenzione.
“Dillo tu” “No tu” “Vai tu ho detto” “Non ci penso proprio vai tu” in mezzo al tappeto verde di elfi tranquilli qualcosa anzi qualcuno si spintonava esortandosi a vicenda e arrivando così senza accorgersene al cospetto di Babbo Natale.
“E voi chi siete piccoli elfi in disaccordo?”
Si fece coraggio la più piccolina dei due “Ehm, sono Medusina e questo è mio fratello Gallinella, dispettoso e vigliacco ecco” “Vigliacco io? – fece Gallinella risentito – ma se è un’ora che ti dico di parlare?” concluse imbronciato incrociando le esili braccine verdi.
“Appunto, vuoi che parli io e se Baban si arrabbia? E se Baban mi caccia?” Medusina ribatteva a suo fratello una sequela di obiezioni con le mani sui fianchi.
“Ragazzi calma che succede? Uno dei due mi dica quel che c’è da dire, se la proposta non sarà utile non succederà niente di male tanto ormai stavo per rinunciare a questo folle progetto di cambiare sede operativa, forza senza paura ditemi quel che avete in mente”.
A queste parole Medusina si fece coraggio e iniziò il suo discorso “Ecco egregio Baban, io e mio fratello ci siamo ricordati di una missione natalizia bellissima che ci è rimasta nel cuore. Come tutti gli elfi anche noi siamo nati dal sogno di un bambino che ci ha portato qui. Quel Natale fu il Natale in cui nascemmo. C’erano due bambini bellissimi che dormivano vicini, tenendosi per mano. Sognavano di giocare felici insieme nelle acque cristalline del mare della loro città e furono loro con quel sogno a generare me e Gallinella. Io nacqui dal sogno di Bianca la sorellina minore e mio fratello da quello di Jacopo il grandone. Navigando dentro i loro sogni percorremmo le scogliere della loro città, assaggiammo il loro cibo prelibato a base di pesce, ci stendemmo a prendere il sole e volammo sulle ali dei gabbiani reali che abitavano il porto della città. Era un sogno nel sogno Baban. Io credo, anzi, noi crediamo, io e mio fratello crediamo che sarebbe bellissimo andare a vivere laggiù. Il porto è un andirivieni di navi e barche e i nostri trasporti sarebbe mimetizzabili con quelli dei pescherecci e rimorchiatori. Mentre la base dove vivere noi tutti, le renne e tu egregio Baban potremmo allestirla in un luogo magico un po’ fuori dal porto e dalla città.”
Babbo Natale aveva ascoltato tutto il racconto con gli occhi sgranati e sognanti e già si vedeva a nuotare felice tra le onde fuori porto mentre gli elfi impacchettavano i regali e le renne si riposavano nel nuovo buen retiro.
“E dove sarebbe questo paradiso?” chiese ai due elfi litigiosi.
Questa volta a prendere la parola fu Gallinella “A Livorno, è quella la città dal porto più bello che abbia mai visto e la base operativa la potremmo allestire sicuramente nella riserva naturale delle Secche della Meloria, una distesa di faglie e scogli affioranti dal mare azzurro e incontaminato. Ci sono caverne splendide al riparo da occhi curiosi dalla parte dei due precipizi sottomarini!”
Babbo Natale non stava più ascoltando, era già follemente innamorato di quel luogo.
Ringraziò Medusina e Gallinella, prese il mappamondo magico e chiese che gli mostrasse Livorno e il percorso più breve per raggiungerla.
In quattro e quattro otto tutto fu pronto per il trasloco: la fabbrica dei regali fu smontata con pedissequa precisione e inscatolata pezzo per pezzo pronta per essere ricostruita fedelmente nella nuova sede, così come la sala dei nastri trasportatori. La stalla delle renne ugualmente e così il laboratorio di Babbo Natale, la sua stanza con la poltrona rossa e oro e la biblioteca. Tutto magicamente compresso in un mega sacco rosso porpora trainato dalla slitta con a capo le sei renne e le altre cento mini slitte guidate dagli elfi volanti.
Arrivarono a destinazione che era sera e lo spettacolo del tramonto rosso e giallo sull’orizzonte bagnato del mar Tirreno incantò tutti, quasi e più della amata vecchia aurora boreale.
La sensazione era quella di essere finalmente ancora una volta a casa.
Il canto dei gabbiani scandì le operazioni di insediamento nella riserva mentre i pesci volanti, mai visti prima d’ora in queste zone, compievano geometrie acrobatiche nella luce del calasole.
Le luci e i suoni del porto di Livorno in lontananza cullavano gli elfi esausti della giornata impegnativa, le renne riposavano sgranocchiando fieno pigramente. Solo Babbo Natale non riusciva ad abbandonarsi al riposo. Seguiva le luci del porto come un bambino in un parco giochi, non riusciva a distogliere lo sguardo da quel fascio di luce che roteava preciso e intermittente: il faro.
Si divertiva a fare il verso ai gabbiani in un canto rituale e arcaico e in fondo al suo cuore sapeva che era l’inizio di una nuova epoca per la sua missione.
Si chiedeva cosa ne sarebbe stato l’indomani di tutti quei visitatori curiosi che sarebbero arrivati all’arrembaggio del Circolo Artico senza trovare più niente e nessuno. Come avrebbero reagito e che titoli sui giornali sarebbero usciti.
Ma ormai tutto ciò apparteneva al passato e non lo riguardava più. Lui, con i suoi elfi e le sue renne, avevano ritrovato casa.
Quella casa che aveva allietato di sogni le notti di due fratelli che si tenevano teneramente per mano nel sonno era diventata la sua casa.
Ora il suo cuore batteva per la città di Livorno col suo porto, il suo mare, le sue luci, i suoi gabbiani e i suoi inusuali pesci volanti.
“Notte notte mia Livorno, a Rovaniemi io non torno” e con questo dolce pensiero Baban si addormentò.