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07/07/2019

Imparando insegno insegnando imparo

imparando insegno insegnando imparo

“Scendi di lì che sembri una zingara”.

L’invito che non può essere frainteso viene accolto di malavoglia dalla bambina che si stava dondolando felice sull’amaca colorata appesa al ramo. Lunghe trecce ad incorniciarle il viso e piedi nudi penzolanti.

“Non ti permettere mai più di aprire la borsa senza chiedermelo “ l’altro “invito” sempre difficile da discutere all’altra bambina, sorella maggiore della prima che tutta tronfia nel suo costume fucsia e glitter, curiosa di vita e vacanza cercava nel gran borsone rosso la macchina cattura sogni: una fotocamera.

Lei, il braccio appoggiato affettuosamente al ramo che sostiene l’amaca della sorella “zingara” si fa scivolare addosso l’out out materno e cerca di fermare un istante di quell’incantevole porticciolo turchese nel click del suo aggeggio cattura sogni. Ma il padre chissà da quale strana visione interiore disturbato le spinge il braccio giù dal ramo in malo modo.

Chissà che innaturali increspature si vedranno in quello specchio di mare rimasto intrappolato nell’obiettivo spostato così violentemente.

Sono immagini di vita quotidiana e familiare come queste che mi aiutano ad accorgermi, a fare attenzione a come mi muovo e parlo nel mio vivere con gli altri.

A cominciare dai miei figli.

Inutile dire che un quarto d’ora più tardi, sulla barca che ci portava in una delle più famose spiagge della Grecia, la nevrotica famigliola era il ritratto della felicità: sorrisi stampati in faccia, spiaccicati dal vento ad assicurarli lì senza via di scampo.

I bambini dimenticano ma solo in superficie.

Riprendono a giocare, sorridono, abbracciano i loro genitori odiati un attimo prima e come potrebbe essere diversamente? Ma quei limiti, quelle imposizioni e quei gesti nervosi e violenti si radicano per sempre nelle loro anime

per riaffiorare da adulti sotto forme di fobie, paure, incertezze e disistima.

È un gioco pericoloso evitabile fermandoci un attimo prima a ricordare cosa sentivamo dentro quando eravamo bambini anche noi.

Prima dell’addomesticamento.

Prima della frustrazione di essere un adulto aderente a schemi e regole imposte da altri.

Prima di rinunciare a realizzare i nostri sogni d’infanzia.

Sono madre e so bene che a volte i figli sanno esasperarti a puntino come quando rientri da un’interminabile giornata di lavoro e loro sono lì a sfidarti.

Colleghi svogliati, clienti rissosi, superiori pressanti. Arrivi a casa dove comincia la tua seconda parte di giornata che è già sera e magari dopo aver fatto la spesa, preparato la cena tua figlia che non ne vuol sapere di mangiare quello che hai preparato con cura nonostante la stanchezza e ti dice che non le vuoi abbastanza bene e la sgridi sempre.

Incrocia le braccia, ringhia e urla per metterti alla prova. Per avere la tua attenzione. E te proprio non ce la fai. Sei esausta, sfinita e un po’ rabbiosa per cotanta incomprensione.

I figli sanno essere egoisti.

I bambini in generale sanno essere spietati.

E ti verrebbe voglia di dargli una sculacciata, e qualche volta ahimè anch’io non mi sono trattenuta.

Ma non mi sono mai piaciuta quando è accaduto.

Per un motivo ben preciso.

Domenica scorsa a tavola con persone appena conosciute salta fuori il tema appunto dei figli “rompicoglioni” ispirato dalla mia piccola che richiamava continuamente la mia attenzione fino ad arrivare al commento top della chiacchiera: ogni tanto qualche calcio nel bip ci vuole e va dato.

Di solito lascio scorrere ciò che non mi appartiene ma siccome l’atteggiamento era appena stato condiviso e supportato con enfasi anche da una persona a me cara che mai vorrei si permettesse di dare un calcio nel bip a uno dei miei figli, sono intervenuta.

“Capita che si è stanchi più del dovuto e ti prudano le mani o i piedi ma un calcio nel bip non è “giusto” darlo perché il messaggio che passa è pessimo”.

Tutta la combriccola mi guarda inebetita “Eh no, quando è necessario va dato eccome e poi che messaggio passa? Che devono rispettare le regole, che devono ubbidire”.

Ah gente poco attenta – ho pensato – non si accorgono cosa comunichiamo davvero con le nostre parole e i nostri gesti ogni volta che ci rivolgiamo a qualcuno.

“No, il messaggio che passa è che la violenza è giustificata, il messaggio che passa è che la violenza è un mezzo. Un mezzo per ottenere delle cose. Un mezzo facile da usare da chi è grande e grosso rispetto a qualcuno di più piccolo e indifeso”

Il silenzio. Poi spallucce. Poi “vabbè ma mica è violenza”.

Già…si chiama cura e gentilezza un calcio nel bip ho pensato fra me e me e non ho aggiunto altro.

Da adulti siamo spesso lì a rivendicare la nostra libertà, a lamentarci delle “imposizioni” del capo sul lavoro, dei divieti dei partner, delle vessazioni dello Stato. E ci dimentichiamo che alla prima occasione applichiamo lo stesso schema vessatorio, di imposizioni e limiti agli esseri più liberi della Terra: i bambini.

I nostri figli.

Figli effettivi e figli collettivi.

Ci dimentichiamo di quando anche noi da bambini volevamo sempre l’ultima parola coi grandi, detestavamo stare seduti composti a tavola, ci ficcavamo di nascosto le dita nel naso (e quanti adulti lo fanno ancora specie fermi in auto col semaforo rosso e non dite di no che tanto nessuno sa chi siete).

Ci dimentichiamo di quanto ci rendeva felici schizzarci nelle pozzanghere o tuffarci fra i mille spruzzi in mare inondando i vicini, dondolarci su un’amaca senza indossare le ciabatte come la bambina all’inizio di questa storia, di quanto ci piaceva abbracciare gli alberi, di quanto era bello guardare al di là dell’orizzonte, al di là del mare e sognare una Vita libera dove ogni immaginabile desiderio diventava realtà.

Ci dimentichiamo quanto ci piaceva sperimentare, scoprire, osare e andare sempre un po’ oltre quel cartello o quel bivio.

Oltre quel limite imposto, perché oltre c’era la nostra esperienza.

Oltre c’era la Vita.

Recuperiamo la memoria ogni volta che stiamo per limitare un bambino e invece che dare quella famosa sculacciata chiediamole/gli semplicemente cosa sente in quel momento di crisi o di silenzio o di ribellione o di pianto.

Sono certa che ogni volta impareremo qualcosa di grande.

Impareremo a condividere la sua paura o la sua curiosità.

La sua speranza o la sua rabbia.

La sua richiesta di aiuto aiuterà anche noi sì.

Sono certa che ogni volta che ci fermeremo un po’ nel suo mondo per conoscere meglio le sue emozioni conosceremo un po’ meglio anche noi stessi.